Franco Ordine, da Foggia a Milano. Storia del cronista sportivo che ha sempre voglia di ritornare (a casa)

Ha cominciato a scrivere da ragazzo, intorno ai 13 anni, su un’agendina poggiata sulle ginocchia al termine delle partite del suo Foggia, dagli spalti dello stadio Zaccheria e, da allora, non ha più smesso: ora, a 71 anni, ha in programma nuovi progetti, personali e professionali perché la vita, lui, ha scelto di morderla a grandi bocconi e di andare in pensione non ne ha la minima voglia.
Franco Ordine è molto più del giornalista sportivo che siamo abituati ad ascoltare, ad esempio, nel salotto tv di Pressing, dove quest’anno è stato ospite fisso: l’ho scoperto durante le nostre chiacchierate, nei suoi rapidi soggiorni ‘casalinghi’.
E’, innanzitutto, un influencer: con circa 17mila follower su Instagram, il giornalista foggiano, classe ‘51 – opinionista televisivo di Mediaset e della rete TeleLombardia – ha fan sparsi in tutta Italia, complice la sua verve (tipicamente pugliese) e la sua penna schietta, onesta e, a tratti, severa.
Cosa ricordi del giorno in cui hai fatto la valigia, quella valigia per intraprendere il viaggio del cambiamento? “Un’emozione molto grande, ma scandita dalla paura dell’ignoto: non sapevo a cosa sarei andato incontro. Sapevo solo quali sarebbero state le mie tappe, prima Roma e poi Milano, ma non sapevo cosa mi avrebbe riservato la vita, il destino, la professione. Devo dire che è stata una scoperta straordinaria”.

Quando Franco scrisse il primo capitolo della sua carriera era molto giovane, partì, infatti, che non era ancora sposato, eppure era già molto radicata in lui la passione per le sue radici: Franco ama Foggia (e ne difende usi e costumi) e la città ricambia. Me ne accorgo quando passeggio con lui per le vie del centro cittadino: c’è chi vuole scattare un selfie o semplicemente improvvisare due chiacchiere sull’ultima impresa calcistica dei satanelli.
Lontano dagli occhi, ma non lontano dal cuore.

Foto Franco Ordine
Dall’album dei ricordi di Franco Ordine: a sinistra con Silvio Berlusconi e Adriano Galliani, al centro con la moglie Maria Amalia, con Gerry Scotti e dal salotto tv di Pressing

In attacco o in difesa?

Magari entrambi. Nella vita si può praticare un gioco conservativo e accorto e poi scegliere di puntare all’attacco: Franco, grande appassionato di pallone, non si è mai risparmiato ‘sul campo’, compreso quello degli affetti, facendo della metafora calcistica un punto di riferimento della sua vita. Lo ha imparato giovanissimo, sul tappeto verde dello stadio della sua città: “devo tutto al Foggia, indirettamente. Ho potuto avvicinarmi al giornalismo e fui segnalato all’attenzione del direttore Tosatti del Corriere dello Sport, perché seguivo e facevo da cronista alle partite dei rossoneri dell’epoca. Interviste, cronache, notizie furono, in sostanza, il mio biglietto da visita e, nel settembre del ‘77, ho ricevuto una delle telefonate più importanti della mia vita”.
Franco si prende una pausa da ‘drammaturgia napoletana’, ma io gli ricordo che ho una spiccata curiosità che non prevede attese, quindi, lo invito a non tenermi sulle spine: “tre sono state le telefonate più importanti della mia vita: la prima quando la mia attuale moglie mi ha detto che ci saremmo sposati, la seconda quando mi chiamò la segreteria del Corriere dello Sport da Roma per dirmi che sarei stato assunto, la terza quando mi contattò Indro Montanelli”.

Foto Franco Ordine
Dall’album personale di Franco Ordine: in senso orario, negli studi Rai, da giovanissimo nella redazione della Gazzetta del Mezzogiorno, con Fabio capello, negli studi di Telelombardia, con Aldo Cazzullo, a Foggia in vico Corridoio, da ragazzino in tenuta sportiva, al centro con Giuseppe Marotta.

La passione per la professione che ha scelto da bambino e l’amore per la famiglia (su tutti il legame con la moglie Maria Amalia, sposata quarantatré anni fa) e gli affetti più cari, due sentimenti che hanno alimentato la determinazione di Franco Ordine ‘diviso’ tra le redazioni che ha frequentato, le tribune sportive che lo hanno ospitato e le tavolate con gli amici di una vita e con i piatti della tradizione enogastronomica meridionale (il giornalista pugliese è una buona forchetta). “Prendo in prestito un’espressione di Samuel Etò, ex calciatore del Barcellona e dell’Inter, e la correggo così: io mi sono sempre svegliato tutte le mattine a Milano, però ho sempre dormito sul cuscino delle mie radici foggiane”. Sognando e sperando successi rossoneri: alcuni esauditi altri no. L’ho già detto che Franco è un tifoso sfegatato del Foggia? Seppur in tribuna mantenga il suo elegante aplomb.
Con il capoluogo dauno ha un rapporto talmente viscerale – l’opinionista sportivo non si (pre)occupa solo di eventi calcistici ma mantiene un legame molto stretto con tutti gli aspetti della vita della sua città, seppur a distanza – che immagino quanto dev’essere stata dura separarsene. “Ho imparato a custodire il mio passato nel mio cuore”, mi spiega con il sorriso, “che rappresenta un grande senso di identità”. Dev’essere stata questa la benzina con cui ha alimentato il suo sogno professionale e con cui ha raggiunto traguardi e successi.
Qual è stato il momento della svolta della tua carriera?
“Oserei dire tre: il primo giorno che entrai nella redazione del Corriere dello Sport, per occuparmi di calcio dilettantistico. Lavorai come se stessi trattando la finale della Coppa del Mondo. Il secondo, quando ho debuttato al Giornale di Montanelli come inviato di punta dello sport e poi, successivamente, quando Feltri mi ha promosso redattore capo dello sport. Queste sono le tre tappe sulla carta stampata, il resto delle grandi soddisfazioni e anche delle grandi emozioni mi sono arrivate anche dalla televisione, partecipando a grandi trasmissioni di successo, come ControCampo, casa Mosca, Tele Lombardia, Tiki Taka e Pressing”.
Se, invece, la tua vita fosse un libro, quale sarebbe il suo titolo?
“Sono partito e ho sempre voglia di ritornare”.
Sarà questo il segreto di una ‘narrazione’ particolarmente empatica? Da dove proviene quella sua verve e quel sentimentalismo così pronunciato? Gli chiedo: foto di amici, aneddoti del passato (come le cene a Siponto), ricordi, oggetti, regali non sono solo cimeli, per te cosa rappresentano? “Sono le varie tappe. Se io dovessi sfogliare il mio album fotografico ideale, metterei insieme tutte queste foto: con i calciatori e gli allenatori che sono passati da Foggia, i primi incontri a livello professionale a Roma, le varie partecipazioni ai vari eventi sportivi europei e mondiali. Ho, ad esempio, un grande rimpianto di non aver collezionato foto di alcuni appuntamenti, come i mondiali del ’94 in America, ho solo qualche scatto dell’82 in Spagna e dell’europeo del 2012. Incrociando colleghi e amici, qualcosa ho recuperato. Del ’94, però, conservo un aneddoto: io ho fatto una tappa all’isola di Ellis Island a New York, nota per aver accolto gli immigrati e costretti a fare la quarantena. Mi misi a sfogliare il registro degli italiani sbarcati e ho recuperato il cognome di mia nonna, perché due suoi fratelli, Antonio e Osvaldo Sponsilli provenienti da Lucera si imbarcarono a Napoli e arrivarono in America dove poi hanno trovato famiglia e lavoro”.
La sua vita è come il Cubo di Rubik, combinazioni e ritorni.

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