Felice Limosani, il visual designer foggiano che supera i confini dell’arte

E’ uno dei visual designer più amati al mondo e uno degli uomini più citati dell’anno: il suo nome sta rimbalzando con notevole frequenza sul web, social compresi, sulle riviste e in tv, complice la più grande ‘star’ della letteratura italiana.
Grazie, infatti, ad un incredibile intuito digitale, con cui ha ‘sensorializzato’ l’autore e La Divina Commedia, a 700 anni dalla sua morte, Felice Limosani ha attirato a Firenze, da settembre (da quando, cioè, è stato inaugurato il suo progetto culturale), ben 100.000 visitatori che hanno visitato il suo ‘Dante. Il Poeta Eterno’. Un’opera digitale promossa dal F.E.C (Fondo Edifici di Culto e Ministero degli Interni, Comune di Firenze e l’Opera di Santa Croce.

Foto mostra
‘Dante. Il Poeta eterno’. FELICE LIMOSANI STUDIO srl Società Benefit

Un progetto poetico che evoca senza testi e parole l’Alighieri e attualizza i capolavori di Gustave Dorè, pittore e incisore francese dell’800, dalla straordinaria visione cinematografica: la suggestione è immediata.
Incastonato negli spazi architettonici della cappella Pazzi in Santa Croce, la mostra per volontà di Limosani – intende integrarsi con tutto lo spazio, dalle pareti alla cupola. E’ un po’ come salire a bordo di un virtuale Orient Express diretto verso “una dimensione percettiva senza precedenti del viaggio ultraterreno di Dante”. E’ questa l’esperienza immersiva di cui abbiamo bisogno per connetterci con il Sommo Poeta: un’evocativa videoproiezione architetturale, supportata da notevoli suggestioni sonore, che (per esperienza personale) trasporta fino alla commozione. “Questa Divina Commedia fa appello ai nostri sensi”, avvisa Felice prima di varcare insieme il portone della Cappella. Il merito è della tecnologia: “è uno strumento di persuasione”, con cui Limosani ha elevato ad uno stadio emozionale lo stesso capolavoro letterario.
Dalla pergamena a libro elettronico: “il primo al mondo, della Divina Commedia”, già acquisito dalla collezione digitale dell’Università di Harvard e fruibile anche attraverso la realtà virtuale.
Con questa poetica installazione ad alto tasso di tecnologia, l’artista multidisciplinare, classe ’66, foggiano verace, trapiantato a Firenze, si è spinto oltre il reale, la storia e l’immaginazione: dopo l’intelligenza artificiale, i veicoli a guida autonoma e, da ultimo, il turismo spaziale, è il momento di buttarci a capofitto nelle esperienze extrasensoriali che solo la realtà virtuale (la nuova frontiera dell’istruzione, ma anche della comunicazione e dell’intrattenimento) è capace di offrire, provando a rendere il mondo un posto migliore.
Quello stesso mondo, fatto di committenti che hanno visto in lui un innovatore autentico, che lui ha saputo conquistare con intuito artistico e talento: da Audi, Giorgio Armani, Swarovski, Rolex, Ferrari a Expo Milano 2015, Fondazione Matera Capitale della Cultura Europea, Triennale di Milano sono solo alcune realtà con cui Limosani ha collaborato.

Foto cappella
Felice Limosani e gli interni della cappella Pazzi, all’interno del primo chiostro della basilica di Santa Croce a Firenze.

“Sospesi tra incanto e incantesimo”

E’ mattina: quando registriamo questa conversazione, all’interno del chiostro del complesso monumentale si è appena concluso il primo ciclo di una nuova lunga giornata di ingressi nella sala prestata a questa straordinaria sperimentazione artistica, inizialmente programmata fino al 10 gennaio 2022 ma protratta fino al 15 febbraio a fronte dell’onorme successo.
L’elegante e sacrale spazio dantesco per eccellenza – oggi restituito al pubblico in una veste più contemporanea – mi dà il fianco per una chiacchierata sospesa tra passato, presente e futuro.
Chi era Felice Limosani prima di diventare l’artista apprezzato in tutto il mondo e desiderato da ogni ambiente, da quello culturale, politico, ecclesiastico fino a quello corporate e dell’intrattenimento? Come si sente oggi? E dove lo condurrà questa ondata digitale? Io sono un fiume (di domande) in piena.
Lui, dall’intuito geniale – che lo spinge a sperimentare avanguardie espressive e linguaggi emergenti (“mi occupo di sinestesia, di linguaggi che si fondono per creare esperienze sensoriali”) – mi ascolta con una lucidità estrema nello sguardo, come se vedesse al di là delle apparenze e della forma, tipico dell’uomo Cancro.
Il suo palmares, che consulto prima di ogni nostro nuovo incontro, mi confonde: Felice è un androide umano, o un umano dalla creatività soprannaturale? A sciogliere ogni dubbio è quell’empatia tipica delle persone particolarmente sensibili che l’artista pugliese, tra i più importanti esponenti contemporanei dell’arte visiva, è capace di trasferire.

Il Battiato delle Digital Humanities

Per comprendere appieno la digitalizzazione delle 135 tavole della Divina Commedia illustrate da Gustave Dorè, uno dei massimi ‘interpreti’ della Commedia dantesca, ho bisogno di capire dove nasce questa sua abilità di ‘giocare’ con una competenza quasi scientifica con le immagini e le parole. “Credo nasca quando – da ragazzino, avevo circa sette anni – mia madre, sarta, mi chiedeva di andare a comprare spolette e bottoni, affidandomi un pezzetto di tessuto. E’ stato in merceria che io ho allenato la mia creatività: a partire da quella trama, io studiavo le combinazioni di bottoni, di colori, di cerniere. Era un mondo di estetica, ricerca e tatto. Sono certo che tutto sia nato li. C’era qualcosa di innato, ma poi certi processi vanno alimentati e arricchiti”.
Felice inizia a stuzzicare la mia curiosità. “Dove?”, gli chiedo. “La mia università è stato il mixer e la musica”.
Già, oggi artista multidisciplinare, ieri dj. Con un nome d’arte, perché l’età – piena adolescenza – era di quelle dall’elevata complessità: “a quei tempi era anche un vezzo – ricorda con simpatia – serviva a darsi un tono, a sentirsi artisti”. A questo si deve aggiungere anche una vicenda personale: “Sai, la canfora quando brucia non lascia sedimenti e in una vicenda familiare, da ragazzo qual ero decisi di non chiamarmi più con il nome che avevo. Ma era una sciocchezza. Avevo appena 13 anni quando mi feci realiizzare un timbro a inchiostro con la scritta dj Felice Canfora. E’ una storia vecchia. Ora sono orgogliosamente Felice Limosani”.

Testa per aria e piedi nel cemento perchè a terra non basta

In gioventù, la musica, i party, la consolle e i vinili, sono stati fedeli compagni di un viaggio lungo circa 20 anni, vissuti tra Cortina, Panarea, Parigi, Formentera, Ibiza, “house music con un approccio al sensoriale”. In che senso? “Già covavo con le mie letture l’altro stadio della mia vita”: sono i volumi di sociologia italiana e autori come Fabris, Morace, Bauman (“Con Francesco Morace ci collaboro anche”, mi racconta entusiasta Limosani). Dalle vibrazioni contagiose che solo gli eventi più esclusivi al mondo potevano trasmettere alle seduzioni del focolaio domestico, al sud dello stivale, dove Felice sapeva ricaricare le batterie. Tra Accadia, paese d’origine, e Foggia: in questo perimetro l’artista ha saputo coltivare quella ricchezza intellettuale, spirituale e cognitiva che tutt’oggi lo caratterizza. Il merito? “Ho vissuto con mia madre, con nonne e bisnonne, sono stato molto suggestionato e ispirato da queste figure, innanzitutto da mia madre e dalle mie sorelle, poi dalla mia compagna Doris. Io sono molto rivolto a una visione femminile della vita”.

In quegli ambienti confortevoli – tra una confidenza e l’altra – Felice Limosani ha potuto sperimentare anche un altro talento. Sai cucinare? “Mi stai provocando, (ride, ndr). So fare la pasta fatta in casa. Sono fortissimo con i primi a base di verdure, per esempio le orecchiette con le cime di rapa, la ‘bandiera’, i troccoli (un formato di pasta fresca simile a dei tagliolini spessi, tipici del distretto storico-culturale della Capitanata, ndr). Ho anche un piatto firmato da me, pubblicato dal Corriere della Sera, si chiama ‘pennette alla Vecchio Felix’, con peperoni, pomodori, capperi di Salina, basilico. Un piatto molto particolare. Parla di me che ho sempre fame”.
Non si direbbe. “Pratico gyrotonic e salgo le scale a piedi”.

 

Foto Limosani
Credits: fotografia di Massimo Sestini
L’entusiasmo è per la vita quello che la fame è per il cibo. Bertrand Russel

Quando si sente ‘a casa’ Felice Limosani sprigiona serotonina da tutti i pori: è il motore della sua vita. Che accompagna il suo successo. Ufficialmente quando è avvenuta l’illuminazione, quando hai capito di aver trovato la tua strada? “Non credo nel genio che ti fulmina e ti illumina. Non si tratta solo di avere un’idea, si tratta di un processo che è fatto di lavoro e di studio. Dietro c’è precisione, ricerca, sperimentazione, ambizione, innovazione del linguaggio”.
Ti senti severo con te stesso? “No, sono rigorosamente preciso. Una persona di rettitudine”.

Lui ha preso la musica – il suo cavallo di battaglia – e l’ha messa al servizio dell’arte o viceversa. Dipende dai punti di vista. “Le arti devono dialogare, fondersi, con un obiettivo: le persone al centro. E con l’arte è possibile smuovere l’animo”.
Traguardo raggiunto? A guardare gli occhi di chi ammira le proiezioni della Commedia nella dimensione della Cappella Pazzi sembrerebbe proprio di si. Limosani lo spiega con parole semplici “ho preso le immagini di Dorè, le ho ricostruite, in un passaggio dai pigmenti ai pixel, e animate per consegnare Dante a tutta l’umanità. E non è neanche una Commedia spiegata: fa appello alla contemplazione”. E’ qualcosa di più intimo. Una perfezione raggiunta con l’ausilio dei canti corali creati ad hoc – “la musica è rapimento” – che eleva la ‘narrazione’ visiva.
“Mi sono domandato: se fossi stato Dante Alighieri, cosa avrei fatto se mi fossi trovato nella selva oscura? Avrei recitato il Padre Nostro per pregare”.
Su questa suggestione, proprio per rafforzare il messaggio della Commedia – il viaggio ultraterreno che cresce, “E quindi uscimmo a riveder le stelle” (Inferno XXXIV, 139) – Limosani ha costruito l’impianto musicale del suo re-work artistico: ad esempio, le scene dell’Inferno sono state accompagnate da cori grevi, cupi, arricchiti da una versione cantata del Padre Nostro. E il Paradiso raggiunge l’apice della bellezza con le cantiche di Ildegarda von Bingen, “una donna dai mille talenti” è l’omaggio dell’artista pugliese alla mistica e teologa tedesca.

Quali altri talenti hai? “Non so bene se sia possibile chiamarlo un talento, ma io sono una persona che abbraccia sempre e comunque. Fisicamente e con il cuore. Inoltre lavoro con lo status giuridico di B Corporation, convinto che il ‘give back’, ‘restituire’ in ambito culturale, sociale e ambientale, sia un atto politico, creativo e arricchente per me stesso oltre che per gli altri”. 

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