Da Foggia a Damasco. Il viaggio di Giampaolo, volontario in Africa

È un motore a benzina di ultima generazione – silenzioso e performante – capace di muovere, dal basso, il complesso mondo del volontariato. Lo ha fatto, negli ultimi 10 anni, con un profilo sobrio, un temperamento d’acciaio e un cuore vibrante.
A rompere la sua fase di ‘anonimato’ (una sorta di coperta di Linus, l’optimum per un ragazzo piuttosto riservato come lui) ci ha pensato la Federazione Organismi Cristiani di Volontariato Internazionale che lo scorso anno gli ha attribuito il Premio Volontario internazionale 2019, un evento di gran risalto mediatico (e non solo) che ha interrotto, inevitabilmente, quello ‘stadio’ di discrezione, a cui Giampaolo Longhi era abituato.
Il giovane cooperante italiano, da quel momento, ha innescato a sua insaputa una catena di solidarietà (e di relazioni) inimmaginabile. Foggia, la sua città, in particolare, gli ha rivolto un tributo affettuoso, complice la stampa e la diffusione di una notizia che meritava il giusto plauso. A colpirci, diciamolo, è stata la sua età – classe ’87 – e il suo curriculum, nel quale la voce ‘volontario’ ha la meglio su tutto. Famiglia compresa.
In un Paese dove si parla spesso di influencer, leoni da tastiera, gang e bulli, voglio convincermi che gli eroi (o le eroine) sono molto più frequenti degli stereotipi negativi, ma loro, scegliendo di vivere lontano dai riflettori, sono meno visibili. “Io un modello positivo? Ti ringrazio, questo mi fa molto piacere. E forse è arrivato il momento di impegnarmi a usare i social, dove passano molti messaggi e, magari, potrei comunicare con i più giovani trasferendo loro queste esperienze”. Cosa diresti? “Di partire senza pretese”.
Il suo è un bagaglio leggero, normalmente riempito di pochi indumenti, perché lo spazio maggiore è riservato agli affetti e ai ricordi di quando era solo un bambino e il pallone era il suo grande amore: “adoravo le partite a calcetto per strada, poi da adolescente, i pomeriggi trascorsi a Parco San Felice e, qualche anno più tardi, quelli con gli amici universitari”, prima di cominciare il suo viaggio più importante.

“Chi nel cammino della vita ha acceso anche soltanto una fiaccola nell’ora buia di qualcuno non è vissuto invano.” (Madre Teresa di Calcutta)


“La parola ‘cammino’ mi è molto cara. E’ lo stile di vita che ho abbracciato: quello di mettersi in cammino, abbandonarsi, non vivere di preconcetti e aspettative. Tra il donarsi e il ricevere gratuitamente”. Dopo averlo incontrato virtualmente questa primavera, in collegamento su Zoom da Damasco, quando il Club Rotary Giordano del capoluogo dauno (di cui sono socia) gli ha conferito il ‘Premio della Pace’ 2021, finalmente riesco a intercettare Giampaolo nella nostra città, pochi mesi fa, dopo un esilio forzato dal Covid 19 che lo ha tenuto lontano dall’Italia ben 7 mesi. Stringergli la mano (ringrazio per questo l’amico e socio rotariano Marino Tagarelli, che ci ha ospitato nella sua boutique) è un gesto che ha rafforzato e sancito questa nuova amicizia. Mi confida: “Bisogna essere aperti, guardare, camminare. Solo così si accolgono gli incontri migliori. Io, oggi, riesco ad apprezzare la forza di questi incontri occasionali, una fiaccola, una luce si accende e neanche lo sapevi”.


Ancora non sapevo che quell’incontro avrebbe suscitato un sentimento di stima, profondo e sincero. A muovermi, inizialmente, è stata la curiosità di comprendere le motivazioni che lo hanno spinto a vivere a circa 3mila chilometri da casa, dopo un Master in European Project Management.
Come nasce un volontario? “Il volontariato è un’azione, come la pace. Nasce a volte per stimolo di qualcun altro, che ti invita a fare qualcosa. C’è sempre un senso di comunità alla base, che per me è la cosa più importante”, a 34 anni, mentre i coetanei esibiscono outfit (e vite) di lusso, Giampaolo si focalizza su quello che c’è da fare dove (ahinoi) non esistono scuole, ospedali, reti idriche…
“In realtà, ho avvertito questo impulso a 11 anni, grazie al mio impegno negli scout. Dopo gli studi universitari ho deciso di tramutare quest’ambizione in un lavoro. E’ così che mi trovo in ambito umanitario e poi è solamente scattata la ricerca del posto giusto, dove mettere a disposizione le mie competenze. Ricordo bene quel giorno, era quello che volevo e mi sono sentito da subito a mio agio”.

Mentre prendo appunti – cercando di concentrarmi sull’aspetto più ‘romantico’ della sua storia – faccio fatica a non farmi distrarre dalle immagini di una guerra civile che, in questi anni, ha spesso gettato ostacoli sul suo cammino. E cosa dire pensando ai ‘fallimenti’ inevitabili (le morti giovani e improvvise, la povertà tangibile, la disperazione umana) a cui Giampaolo si è trovato davanti?
“Dopo aver definito la meta, con il sostegno di una Ong, sono partito per l’Etiopia”.
L’Africa orientale è stata sua base operativa per due anni: qui ha lavorato duramente per sostenere i diritti delle donne, molte delle quali minorenni. Avevano 14, 16 anni. “Lavoravo quotidianamente con il mio team per reintegrare le migranti lavoratrici domestiche che sono nate in luoghi dove non hanno ancora l’opportunità di potersi affermare, anche con un semplice percorso formativo/educativo, perché l’estrema povertà le forza, in un modo o nell’altro, a emigrare – anche illegalmente – o a mettere nel cassetto i loro sogni”.
Provo una certa ‘vergogna’: è inevitabile. Giampaolo mi racconta, con delicata prudenza e tanto pudore, di queste ragazze che hanno delle vulnerabilità importanti, fisiche e psicologiche. “Quando raccoglievo le loro storie (si ferma, sorride, ma il suo è un sorriso di circostanza, ndr), non riesco a parlarne, puoi capirmi… ma, nonostante mi capitasse di parlare con ragazze che mi raccontavano tutto ciò che era successo, quei loro sguardi innocenti e semplici – forse non si erano neanche rese conto della gravità di quello che era accaduto – parlavano direttamente al futuro e a quello che avrebbero potuto fare”.

E’ allora che il nostro volontario ha toccato con mano la resilienza, “quelle erano le reazioni alle difficoltà, che però hanno bisogno di essere guidate e aiutate per poter poi ricominciare e evitare di tornare nel circolo vizioso”.
Gli chiedo, come si ‘sopravvive’ a certe esperienze? “Ho imparato a impattare emotivamente con queste situazioni, chiaramente all’inizio non è stato facile, ma poi sono riuscito a concentrarmi sulle cause per trovare soluzioni da poter proporre”.

Foto con Giampaolo
Giampaolo Longhi con Marino Tagarelli, amico e socio del RC Foggia Umberto Giordano che questa primavera ha consegnato al giovane cooperante foggiano il Premio della Pace 2021.

Gli altri siamo noi

E’ nelle periferie del mondo che Giampaolo Longhi esprime se stesso e la sua fede: “Mi guardo allo specchio e mi ripeto ‘lasciati andare’, è l’unico modo che ho per vivere con semplicità e intensità”.
Il giovane finacial project manager – gestisce i fondi della sua organizzazione, che ora è impegnata in Siria per ricostruire e riabilitare scuole, ricostruire gli impianti idrici, assicurare l’educazione dei bambini – dirige attualmente un team tutto al femminile, sforzandosi di essere, per le proprie collaboratrici, un leader complice, premuroso, responsabile. E nel tempo libero si porta avanti con il lavoro: “mi piace esplorare Damasco”. Piacere ma anche dovere. Come ci si butta nelle situazioni senza timore delle conseguenze? “Preparandosi. Rischieresti di andare allo sbaraglio, di farti male tu e far male agli altri. Per questo invito il mio staff a tenere sempre alta l’attenzione, non possiamo abbassare la guardia”.
Mi spiega che solo approfondendo la conoscenza dell’area in cui è chiamato a intervenire può comprendere le cause di una tale criticità: “in questo modo salvo chi chiede il nostro aiuto”. Fondamentali, nel suo percorso professionale, sono la fede – “cerco ovunque tracce di cristianità” – e la famiglia, che dalla Puglia gli trasmette coraggio e responsabilità. E’ nei luoghi legati alla sua infanzia che il volontario foggiano si ‘ricarica’ quando torna in Italia: “sento il bisogno di passeggiare per le strade della mia città, ritrovare quegli spazi che mi trasmettono familiarità, come il bar sotto casa dove mi rilasso a bare semplicemente un caffè”.
Giampaolo confessa di aver acquisito questo spirito di abnegazione da sua mamma. Dal padre, invece, quel suo essere piuttosto spensierato: “desidero una famiglia esattamente come la mia (sono tre figli, ndr) numerosa, ma (sorride, ndr) sarà itinerante. Il mio progetto umanitario non può concludersi così presto”.
Giampaolo coglie la forza di continuare su questa strada nella parola di Dio: “mi aiuta a concentrarmi su quello che faccio. Non ho voglia di fermarmi, così mi sento sereno”.

Deve esserlo davvero, perché scegliere di vivere – anche in questo momento storico – in un altro continente (che sappiamo essere un luogo di conflitti politici, economici e sanitari) è una decisione molto più che eroica. Giampaolo Longhi è quel ‘non-eroe’ di cui la storia ha bisogno, per capire che, per dirla con le parole di Khalil Gibran, “Non si può raggiungere l’alba senza passare dai sentieri della notte”.
Cosa vorresti dire a chi sente di voler emulare il tuo cammino? “Di prendersi un break dalla vita. Se sentite che c’è una vocazione, non abbiate l’ansia da prestazione del mondo d’oggi, prendetevi il tempo giusto anche per fare questo tipo di esperienze. Il volontariato è anche la strada per conoscere cosa vuoi fare nella vita. Molto spesso è aiutando gli altri che scopri di avere dei talenti. Fin quando non lo fai, non sai di saperlo fare”.

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